Alla base della possibilità di prendersi cura di sé e degli altri, in medicina cinese c’è il concetto di vuoto del Cuore, wu wèi, e della conseguente possibilità del non-agire, shùn.

Al contrario di ciò che accade nella visione occidentale, in cui il vuoto è equiparabile, con accezione negativa, a una mancanza o al nulla, nella filosofia cinese il concetto di vuoto è un concetto chiave che determina la possibilità stessa dell’origine della vita – la vita ha avuto origine nel vuoto – e del suo mantenimento, l’uomo vive nel “vuoto mediano”[1], tra Cielo e Terra. In medicina cinese ogni trasformazione energetica è alternanza yin/yang, alla base di ogni processo vitaleavvengono nel vuoto.

Ci sono differenti ideogrammi che indicano “vuoto” e ciascuno ne descrive un senso differente: xu definisce il vuoto come mancanza, si usa ad esempio quando muore qualcuno; il suo ideogramma però non rappresenta un vuoto statico, ma una collina che seppur deserta e silenziosa permette il fluire del qi[2]; xu viene utilizzato anche in patologia per indicare che manca qualcosa. Quando invece la produzione del vuoto è il frutto di un lavoro in cui è necessario un dispendio di energia si usa l’ideogramma kong che letteralmente indica il vuoto lasciato da un liquido che è stato espulso, ciò che, ad esempio, avviene nella circolazione sanguigna, in cui il vuoto lasciato dal sangue che precede rende possibile al sangue che segue di scorrere.

Wu, è il tipo di vuoto strettamente connesso al concetto di salute nella tradizione cinese. Il suo ideogramma rappresenta un uomo e il numero quaranta ad indicare quaranta individui che portano un legno che deve essere bruciato; in questo caso il vuoto è realizzato tramite il fuoco, ma il fine ultimo è quello di bruciare ed è per questo che viene fatto il vuoto. Wu è quindi ciò che permette che tutto il resto esista e il resto a cui ci si riferisce è il frutto della combustione[3].

Un passo del Tao Te King aiuta a comprendere meglio la natura “pratica” di questo vuoto, il fatto che questo sia un vuoto che permette:

                                                          

«Trenta raggi si congiungono a un mozzo unico

Questo vuoto nel carro permette l’uso

Con la zolla di argilla si dà forma ad un vaso

Questo vuoto nel vaso permette l’uso

Si dispongono porte e finestre in una stanza

Questo vuoto nella stanza permette l’uso

L’avere permette il vantaggio, il non-avere l’uso».

 

Questo passo descrive accuratamente il principio del vuoto del Cuore, per analogia al mozzo del carro, all’incavo del vaso, all’antro della porta e della finestra: collocarsi al centro e funzionare da specchio di modo che Cielo Anteriore e Cielo Posteriore si fondano; per tanto il Cuore, nella propria centralità, si colloca “non agendo”, “essendo”, ponendosi nella direzione della corrente di modo che le cose possano fluire, senza forzature. Ritornando allora alla medicina, nel paradigma taoista, l’agire autentico ed efficace “fa il vuoto”, è quello volto al superamento di sé, dei propri desideri, dei propri schemi; il terapeuta è pertanto colui che deve incarnare questo agire per giungere ad una azione che si conformi alle leggi naturali dell’universo, della società, del corpo umano. Il terapeuta deve essere consapevole che il suo paziente, ed egli stesso, rispondono alle leggi del Cielo e della Terra e che quindi il suo compito è quello di ristabilire il fluire del qi, tenendo conto di tutti i fattori che intervengono differentemente a seconda della costituzione fisica e dell’età dell’assistito, della stagione, dell’ora del giorno, ecc.

Se il soggetto non è in grado di mantenere, sia nella sua componente fisica che psichica, lo stato di vuoto si creano squilibri energetici che portano verso la malattia. Vuoto del cuore e non agire sono quindi gli strumenti fondamentali che terapeuta e assistito possono impiegare per vivere in salute e, in più nel caso del primo, per compiere la propria opera di cura dell’altro.

I testi antichi raccomandano di non sovraccaricare il Cuore, infatti il Cuore tende a riempirsi “a sua insaputa”, ma praticando l’arte del Cuore, cioè creando il vuoto, il Cuore può restare in ogni momento il centro, riceve tutti gli stimoli e riuscire, al contempo, a restarne libero.

A partire da tale precetto, possiamo osservare quanto terapeuta e assistito siano strettamente accomunati dalla stessa strada versola cura di sé, la Via da percorrere e da proporre è una, nelle sue poliedriche sfaccettature che si attagliano alle differenze soggettive, quella della coltivazione del sé.




[1]     Cfr. La “Scuola Francese”, per esempio François Cheng, Le vide médian.

[2]     Cfr. Berrera, ORISS n. 13/14

[3]     Cfr. Selmi M, 2011.