Per la tradizione medico-filosofica cinese curare e coltivare se stessi non sono due cose separabili, perché ogni atto terapeutico è un atto di coltivazione di se stessi e fare terapia è un invito a lavorare su di sé. Sentiamo spesso affermare in ambito terapeutico che curare vuol dire aiutare una persona a cambiare; questa affermazione, spesso abusata, dovrebbe metterci sulla strada del cambiamento di noi stessi, altrimenti si rischia di intraprendere il processo di cura altrui come un gesto di ubris, di estrema tracotanza, se non immaginiamo di innescare anche in noi stessi un mutamento e lavorio su di sé. Ma cosa vuol dire coltivare se stessi secondo il taoismo?

Il taoismo fa spesso riferimento al numero tre e ai multipli di tre, l’area psichica, l’area emotiva e l’anima, queste sono classicamente le tre grosse aree di coltivazione e possono essere associate a i San Jao, il jing, il qi e lo shen. Quindi coltivare se stessi vuol dire prendersi cura di questi tre aspetti, congiuntamente al prendersi cura di questi tre aspetti nella persona che andiamo a curare.

Il jing, l’essenza, è legato alle risorse che sentiamo di avere dentro di noi, quelle che l’universo ci ha dato per portare avanti il percorso previsto in questa vita, per la nostra evoluzione. Tendenzialmente  la malattia, il disagio, il disequilibrio sono momenti in cui emerge il nostro dubbio di non avere abbastanza risorse[1]. Lo stesso dubbio si presenta nel soggetto che richiede le nostre cure. Per curare è necessario essere in contatto con le proprie risorse per dare sostegno alle risorse dell’altro. Da questa necessità deriva quel senso che è stato nominato, zhi, potere, sentire di potere, di poter fare qualche cosa per l’altro.

Il qi è definito in moltissimi modi, qui mi voglio avvalere della definizione che ne dà  Joeffrey Yuen, cioè relazione: il qi è qualcosa di continuamente in movimento, è qualcosa che vuole scoprire, che vuole sperimentare, che vuole crescere, che vuole muovere, che quindi vuole cambiare.

Lo Shen, connessione con l’universo infinito, al contempo quello che noi siamo, è un aspetto molto importante quando ci si mette in relazione terapeutica con qualcuno, perché è anche mettersi in relazione con sé stessi: «sentire di essere parte del tutto, sentire che la persona che stiamo trattando è parte del tutto, sentire che noi siamo parte del tutto». Secondo la visione taoista, esistono tre sedi fisiche di queste tre risorse, del jing, del qi e dello shen; queste tre sedi fisiche sono legate alle tre cavità ossee che sono formate nel tronco del corpo, nelle tre curvature della colonna, quelle che vengono associate in senso energetico ai tre dan tian, i tre campi di coltivazione appunto.

La cavità del bacino associata al jing, associata alle risorse fisiche, delimitata dalla curvatura sacro lombare e che è quella più aperta come cavità ossea, chiusa dietro, ma aperta davanti, poi la cavità tracica dove si trova la cassa toracica, la sede del qi, delimitata dalla curvatura delle vertebre del torace, infine la terza cavità, quella craniale, sede dello shen.

È possibile pensare ai Tre Tesori anche in termini di punti: la fonte zampillante Rene 1, Vaso concezione 17, vaso governatore 20, come centri associati a queste tre cavità che sono considerati i tre luoghi di coltivazione di queste qualità del qi, del jing e dello shen.

«Lavorare sul jing per trasformarlo in qi, lavorare sul qi per trasformarlo in shen e lavorare sullo shen per trasformarlo in Gong o Wu, vuoto, spazio»: è questa idea, nella tradizione alchemica taoista, della trasformazione della materia che gradatamente diventa qualcosa di più sottile e rarefatto.

Il lavoro sui tre centri è inteso come lavoro individuale della persona, e si può descrivere nella visione dei tre livelli dell’esistenza: la sopravvivenza, la relazione, la differenziazione.

 

Primo livello, quello della sopravvivenza: ognuno di noi per poter vivere deve soddisfare dei bisogni di base, che condividiamo con tutto il mondo animale e vegetale: respirare,  mangiare,  dormire. Sono i requisiti di fondo della vita, i bisogni più elementari che devono essere soddisfatti.

Come esseri umani, quando sentiamo soddisfatti questi bisogni di base, sentiamo la voglia e il piacere di qualcosa di più e di diverso, non ci basta aver soddisfatto i bisogni della sopravvivenza.  Questa diventa il prerequisito che ci sposta dal Jing, da nutrire l’essenza, la nostra fisicità, al centro superiore che è quello della relazione, che è quello della comunicazione, il livello del qi.

Secondo livello della vita, è quello del nostro bisogno di metterci in comunicazione. A questo livello inizia quello che classicamente viene definito il conflitto. Si cominciano a  sperimentare delle emozioni, mettersi in relazione vuol dire provare delle emozioni, tutti i tipi di emozioni possibili. Queste emozioni cambiano quello che siamo, perché l’esperienza cambia quello che  siamo, se non riusciamo a farlo la vita ci ripropone le medesime esperienze finché impariamo la lezione. Il superamento del conflitto porta a un’espansione della nostra coscienza, della nostra consapevolezza.

 

Nel processo di consapevolezza si diventa diversi da quello che si era in precedenza: questo è il terzo livello, il livello della differenziazione. In base alle esperienze che si fanno ci si muove negli altri livelli in modo differente. Per esempio, se ci si alimenta in un certo modo e questo ci porta a fare certe esperienze, è possibile che il livello di sopravvivenza venga ridiretto in un altro modo.  Quindi c’è un processo di circolarità: la consapevolezza modifica come si usa la sopravvivenza, che modifica il modo in cui mi metto in relazione con le persone e che mi porta a esperienze diverse, quindi a una consapevolezza diversa. Il lavoro sui tre centri può anche essere descritto come un percorso di “liberazione” come descritto nell'articolo che verrà pubblicato nei prossimi mesi.




[1]     Cfr. Bottalo F., 2013